Scienza e sport, un legame indissolubile

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“Ritengo che ci siano ancora grandi margini per il progresso dei materiali e degli studi sulla genetica, particolarmente utili a prevenire gli infortuni. Ma in futuro sempre più la vera frontiera sarà allenare il cervello, sul cui funzionamento sappiamo sempre troppo poco”.

Così la pensa Antonio La Torre, professore associato di Metodi e didattiche delle attività sportive dell’Università degli Studi di Milano. Accanto all’attività accademica, da quasi 40 anni cerca di tirare fuori il meglio dagli atleti italiani: nel 2004 è stato l’allenatore di Ivano Brugnetti, campione olimpico della 20 km di Atene.

È lui a parlarci del rapporto tra sport e scienza, un connubio che dura da decenni e che oggi permette agli atleti di migliore le proprie prestazioni e alle discipline di essere sempre più avvincenti e competitive. “La scienza si interessa allo sport da tanto tempo. Da sempre guarda con attenzione allo studio delle persone con grandi qualità, per capire come migliorare la vita di tutti. Dagli anni Settanta il lavoro si è intensificato ed è divenuto più professionale, con ingenti investimenti da parte di aziende internazionali. Oggi il legame tra questi due mondi è inscindibile dice La Torre.

Basti pensate a quanti corridori amatoriali ogni giorno indossano cardiofrequenzimetri, usano app o altri strumenti durante l’attività. Al contempo, in modo per nulla elitista, procede l’evoluzione dei materiali, che è particolarmente evidente in discipline quali la vela o lo sci, ma che coinvolge in maniera massiccia anche gli sport di squadra o l’atletica. “Consiglio a tutti di riguardare il film Momenti di gloria, che racconta le Olimpiadi di Parigi del 1924. Allora si scavavano delle buche con una cazzuola per simulare i blocchi di partenza e si correva con scarpe chiodate. Ora i modelli più avanzati cercano di restituire le sensazioni del barefoot running, la corsa a piedi nudi”.

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Ma si rischia di perdere così il valore della performance? Di robotizzare eccessivamente lo sport? “Io non l’ho mai pensato” dice La Torre. “Il fattore umano conta sempre, per questo amiamo ancora lo sport e lo seguiamo con ingenuità e stupore. Dopo l’epoca dei cosiddetti costumoni nel nuoto, quando le regole furono cambiate, si diceva che non ci sarebbero più stati record. Non è andata così”.

Di certo grazie alla ricerca nulla è più lasciato a caso ai più alti livelli. La scienza stabilisce la migliore nutrizione per affrontare le diverse discipline, come mantenere i valori corretti e un rapporto peso/potenza favorevole. Proteomica e genomica analizzano sempre nuovi aspetti del nostro corpo, le nostre risposte agli stimoli. Sono stati creati occhiali che favoriscono la visione anticipata, determinante ad esempio nel calcio per la costruzione di schemi e piani partita. “Tutto quanto va preparato nei dettagli quando si affrontano sforzi enormi, penso agli ironman o alle ultramaratone. Ma non solo: una partita Nba dura più di due ore e i valori dei giocatori vanno tenuti costantemente sotto controllo”.

A modificarsi è tutta la filiera dello sport, ogni aspetto ad esso connesso. “Prendete i telecronisti e come è cambiato il loro lavoro, quanto contano oggi i dati e l’analisi del match” conclude il professor La Torre. “Una partita è sezionata, studiata nel dettaglio e da più punti di vista. Tutte queste informazioni aiutano a capire in corsa cosa sta accadendo, leggere la difficoltà fisica o tattica di un atleta. Ma se non sono accompagnate da competenza e professionalità, la scienza rischia di produrre solo gadget poco utili e molto costosi”.

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