Ricordate La febbre del sabato sera? Tutto è nato da una fake news

John Travolta in una scena di “La febbre del sabato sera” (1997) (foto: Paramount Pictures)

Quante volte abbiamo visto un film presentato come “basato su una storia vera”? Come racconta Sonia Ciampoli nel libro Misteri svelati – Viaggio razionale tra i classici dell’ignoto (Cicap, 2017), Hollywood spesso si ispira a un fatto di cronaca, ne ricava un prodotto commerciale, e poi lo vende sfruttando il valore aggiunto della verità. Naturalmente questo non vuol dire che un bambino sia stato davvero posseduto dal demonio, né che tre documentaristi in erba si siano persi nei boschi del Maryland. Ma l’espediente funziona, ed è utilizzato anche fuori dalla sfera del paranormale. Per esempio, forse non tutti sanno che La febbre del sabato sera (1977) è tratto da un’articolo pubblicato nel 1976 su New York Magazine: Tribal Rites of the New Saturday Night. Nel cappello introduttivo l’autore Nik Cohn aveva scritto: “Tutto quello che è descritto in questo articolo è reale e o ne sono stato testimone diretto, o mi è stato raccontato dalle persone coinvolte. Solo i nomi dei principali personaggi sono stati cambiati”.

Vent’anni dopo, però, Cohn vuotò il sacco: quello storico articolo, che aveva segnato tante carriere, era inventato. Certo, alcuni elementi erano basati su fatti reali, per esempio la discoteca Odissey 2001 attorno alla quale ruotava l’azione esisteva davvero, ma la storia era frutto della sua fantasia, così come i personaggi.

Nella sua confessione, sempre su New York Magazine, Cohn racconta che tutto cominciò quando incontrò a New York Tu Sweet, un ballerino che lo introdusse al mondo delle discoteche newyorkesi. Cohn, britannico che aveva sempre scritto di rock, non sapeva ancora assolutamente nulla del fenomeno e pensò che poteva essere l’argomento per un articolo. La prima volta Sweet portò Cohn alla celebre Odissey 2001 c’era una rissa tra ubriachi all’esterno. Cohn notò una figura in camicia nera e pantaloni rossi che osservava con calma la scena. C’era qualcosa di speciale in quell’uomo, che Cohn aveva già visto. Da bambino aveva incontrato il capo di una banda di ragazzi con quello stile, mentre nel 1965 lo stesso atteggiamento lo aveva riconosiuto in Chris, un mod incrociato a Londra a un concerto dei Who. Chris, 17 anni, gli aveva raccontato di comprarsi tre giacche a settimana e di cambiarsi la camicia cinque volte al giorno.

Quella serata terminò bruscamente: uno degli ubriachi vomitò sui pantaloni di Cohn che aveva appena messo piede fuori dall’auto, e lo scrittore pensò bene di tornarsene a Manhattan. Il weekend successivo però era di nuovo all’Odissey alla ricerca della misteriosa figura che lo aveva ispirato. Non la trovò, e presto si rese comunque conto di non essere assolutamente la persona giusta per un reportage. Per sua ammissione, era un «mediocre intervistatore» e non conosceva l’ambiente. Così inventò.

Cohn era diventato famoso per le sue storie sul proletariato britannico, e non fece altro che usare lo stesso stampo per raccontare dei giovani newyorkesi. Col contributo delle memorie di Cohn, l’uomo visto all’Odissey diventò Vincent, giovane commesso che consacrava ogni sabato sera al ballo. Alla rivista non erano mai stati particolarmente entusiasti del progetto di Cohn, ma le iconiche illustrazioni di Jim McMullan, convinsero definitivamente i responsabili a pubblicare il pezzo.

La copertina del New York Magazine, 7 giugno 1976

Il successo fu oltre ogni immaginazione e in breve Hollywood decise di capitalizzare il fenomeno. Un giovane attore televisivo chiamato John Travolta e un regista ancora sconosciuto di nome John Badham trasformarono Vincent in Tony Manero e crearono il mito.

Non stupisce che una buona storia diventi popolare, anche quando è inventata come in questo caso, ma quanti lo sapevano? A quanto pare nel mondo delle riviste era un segreto di Pulcinella. All’epoca poi era ancora in voga il cosiddetto New Journalism, dove gli autori raccontavano eventi reali usando tecniche letterarie. In questo modo però la verità dei fatti spesso era sacrificata sull’altare dello stile, come nel caso del romanzo A sangue freddo di Truman Capote. Cohn racconta di averlo rivelato a un editore che avrebbe risposto “Ma non mi dire. E Liberace è gay”.

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