L’Unione Europea vuole tutelare i lavoratori della gig economy

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Le vicende dei rider Foodora di qualche mese fa sono solo un esempio delle possibili implicazioni della gig economy. La grande flessibilità offerta dalle aziende può essere un forte vantaggio per chi necessita di impiegare il proprio tempo libero in un lavoro a chiamata, per integrare le proprie entrate o come soluzione almeno temporanea a fronte di un mercato occupazionale non propriamente florido.

Flessibilità e maggiore libertà portano con sé anche risvolti meno rosei, come precariato e totale assenza di protezione sociale. Per queste ragioni, l’Unione Europea ha avviato mercoledì un dibattito sulla necessità di garantire gli elementi di protezione sociale basilari per i lavoratori della gig economy che operano nell’eurozona. Le consultazioni, in atto in questi giorni, hanno l’obiettivo di tracciare delle direttrici per regolare il cosiddetto “lavoro on demand” ed evitare ai lavoratori una costante situazione di precariato. Al dibattito parteciperanno i sindacati e i datori di lavoro; l’obiettivo è fissare un ago della bilancia che permetta di sfruttare le potenzialità offerte dalla gig economy, riducendo l’incertezza nella quale vivono i lavoratori.

Le consultazioni sono parte di una strategia politica più ampia e complessa, di cui fanno parte anche gli European Pillars of Social Right, una serie di linee guida pubblicate mercoledì che punteranno a indicare le direttrici entro cui dovranno svilupparsi le politiche nazionali e comunitarie sul tema.

Il lavoratore della gig economy non è un dipendente, ma un collaboratore esterno. Questo comporta, per esempio, che in dieci paesi dell’Unione queste persone non possano eventualmente accedere a un assegno di disoccupazione, perché questo spetta solo ai lavoratori dipendenti.

Pur riconoscendo che l’economia digitale e collaborativa offre crescita aziendale, maggiori possibilità occupazionali e opportunità salariali, la Commissione europea vuole colmare il gap esistente per l’accesso alla protezione sociale di questi lavoratori.

A questo punto, però, può aver senso chiedersi in che misura armonizzare le politiche sociali a livello comunitario possa essere una soluzione definitiva, dato che è proprio l’euro – strumento europeo per eccellenza- a imporre ai paesi di scaricare l’onere dell’aggiustamento sul lavoro, come già fanno le aziende protagoniste della gig economy: per essere competitive, non garantiscono ai lavoratori gli strumenti di tutela normalmente previsti per i dipendenti.

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