Kong: Skull Island, ovvero Apocalypse Kong

Kong: Skull Island, il film sull’isola di cui il gigantesco scimmione è re, non parte bene, parte benissimo. Siamo negli anni Settanta, per la precisione nel 1973, e la regia ce lo fa sapere in ogni modo possibile intervallando la narrazione con riprese che sembrano girate con una vecchia telecamera, immagini da repertorio storico di Nixon e della guerra del Vietnam e foto in bianco e nero scattate dalla reporter della spedizione, Mason Weaver (Brie Larson). Ma soprattutto, a darci un’idea dell’epoca storica, è una colonna sonora potente che fa da sfondo al viaggio degli scienziati e dei militari verso l’isola individuata dai primi sistemi satellitari.

Skull Island è un territorio vergine, di cui l’uomo è solo a conoscenza, protetto da una sorta di tempesta perenne che avvolge le sue coste. Quando il team, a bordo degli elicotteri, sfonda la coltre elettrostatica, si ritrova in ambiente incontaminato. Non un paradiso terrestre, ma un santuario ove la natura si è preservata, o meglio, si è evoluta in modo alternativo in animali giganteschi. Ragni più alti più degli alberi, bufali delle dimensioni di Godzilla eccetera. Poi c’è Kong. Il re. Anzi, il dio dell’isola, come lo considerano gli indigeni. E il primo incontro del dio con l’uomo civilizzato è a dir poco traumatico. I primi venti minuti del film sono entusasmanti, quanto di meglio ci si possa aspettare da una pellicola del genere. C’è la musica giusta, una regia veloce e stilosa, ma che omaggia senza eccedere certo cinema dell’epoca – Apocalypse Now, ad esempio – e mantiene alta la tensione e l’attesa di approdare infine sulla magica terra.

C’è , se vogliamo l’accenno a un tema etico, quello dell’uomo che non accetta il dominio della natura selvaggia su un pianeta di cui lui si crede il padrone. E poi c’è azione e la magnificenza di Kong, questo scimmione colossale che fende la nebbia simile a una montagna semovente, si abbevera da un lago suscitando cascate con le sue enormi mani e combatte contro mostruosi lucertoloni che risalgono dalle viscere della terra. Qual è il problema di Skull Island dunque? Dopo i primi venti minuti in cui il film dispiega tutto il suo arsenale, non evolve. Sia chiaro, si mantiene su un livello buono di intrattenimento, ma non decolla come ci si aspetterebbe.

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Forse le frecce sono troppe. Come i personaggi. È come se la regia faticasse a mentenere il focus su ciò che, alla fine, costituisce il nucleo centrale della vicenda: lo scontro tra Kong, simbolo della natura incontaminata, e Preston Packard (Samuel Lee Jackson) il militare che vede nello scimmione, l’occasione di prorogare una guerra – quella in Vietnam – che per lui è diventata l’unica condizione di vita possibile. Attorno a questo tema ci sono una serie di situazioni che non decollano ma comunque coesistono e alla fine creano disturbo e pongono il freno: ci si aspetta una liaison tra la bella fotoreporter e Kong; ci si aspetta che James Conrad (Tom Hiddleston), ex miltare britannico divenuto cacciatore e mercenario, compia qualcosa di significativo o che William Randa (un John Goodman dimagritissimo) faccia qualche scoperta grandiosa, oltre che esplorare il territorio al seguito dei militari, ma niente di ciò accade.

Il regista, Jordan Vogt-Roberts, come dicevamo, tiene in piedi una macchina che, dal punto di vista del puro entertainment, non delude; ha anche l’intuizione di vedere nel rapporto tra Kong e Packard una riproposizione dello scontro titanico tra Achab e Moby Dick, ma non prosegue se questa strada come avrebbe dovuto. Rimane, tuttavia, il piacere di esplorare, insieme a scienziati e militari, l’isola grandiosa, un tour tra predatori colossali, indigeni enigmatici e una natura preistorica, che vale certamente il biglietto.

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