Io cammino da sola, un passo dopo l’altro verso la scoperta di se stessi

Mi sono licenziata dal posto fisso. Ho abbandonato la scrivania e la vita sedentaria perché ero infelice”.
L’incipit di Io cammino da sola (ediciclo editore), libro di Alessandra Beltrame ex (a questo punto) giornalista presso un grande gruppo editoriale, comincia così. Con un’ammissione di infelicità e lo sforzo di provare una cura per trovare non la felicità, ma una propria compiutezza interiore.
L’incipit potrebbe suonare troppo sincero, ma proseguendo con la lettura si legge la storia di una donna che si è messa a nudo per il bene proprio e per onestà nei confronti del lettore, e che non vi sta servendo la versione scontata di chi arriva a un certo punto della vita insoddisfatto e trova un veloce riscatto nell’abbandono del posto fisso.

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Parte di questo libro è una confessione giustamente dolorosa, perché è il dolore che prepara la strada – il cammino – al cambiamento. Alessandra racconta la propria esperienza professionale e sentimentale. I suoi genitori. Il padre che faceva parte di una generazione convinta di poter cambiare il Paese per terminare con il sospetto di avere fallito. La sua morte e quella della madre per colpa della malattia. L’approdo al mondo del giornalismo in un quotidiano locale ai tempi della caduta del muro di Berlino. Gli amori, i viaggi, l’arrivo a Milano, presso un grande gruppo editoriale. E, sempre presente, una solitudine a volte subìta a volte rivendicata e che trovava una forma espressiva nella scrittura. Poi, si arriva al punto di rottura.
Si legge, sempre nella prima pagina: “Mi ero ricoperta di bolle, un eritema che mi faceva prudere dalla testa alle caviglie. La dottoressa di base mi spedì dalla dermatologa, che mi mandò dall’allergologa. Mi prescrisse una serie di esami. Tutti negativi. Mi congedò sconsolata: stavo benissimo. La dottoressa di base disse: ‘Proviamo con il cortisone’. Lo accettai come fa un bambino con la caramella. In una settimana mi guarì dal prurito. Non dall’infelicità”.

Come si combatte l’infelicità? Stando al titolo di questo libro che è in parte autobiografia in parte una guida per chi ama camminare, la cura che propone Alessandra sembrerebbe appunto il cammino. Ma il cammino non è che la conseguenza di una conquista più grande, anzi, di una riconquista. Leggiamo nella seconda parte: “Il giorno che ho cominciato a camminare, ho scoperto che la vita non era fatta di orari prestabiliti, scrivanie, rigidità, ripetizioni di gesti e noiose abitudini“. È qualcosa che dimentichiamo negli anni, impegnati a costruirci un’identità di individui “riusciti”, ma la vita è fatta sostanzialmente di tempo e di spazio. Ore, giorni, anni di una vita che è una soltanto, e luoghi da scoprire. La riappropriazione di queste coordinate fondamentali, per l’autrice comincia con una camminata per i monti Nebrodi, in Sicilia;”in quei luoghi impervi e primigeni, arrampicandomi su mulattiere, risalendo fiumi in secca e scansando rovi e fichi d’India a mani nude, ferendomi e sbucciandomi le ginocchia come un monello in fuga, ho provato un immenso senso di libertà“. E prosegue e continua tutt’oggi attraverso itinerari geografici e dell’anima che il libro ci indica con una prosa chiara e immediata.
Consigliato per chi è in cerca di se stesso e per chi crede di essersi ritrovato, ma non sa che il cammino continua finché continua la volta di scoprire e capire.

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