Intervista a Benedict Redgrove, il fotografo del futuro spaziale

Dove non specificato, le foto sono per gentile concessione di Benedict Redgrove

Vi siete mai domandati cosa rappresentò davvero la corsa allo spazio, quel periodo in cui Stati Uniti e Unione Sovietica fecero di tutto per imporre il proprio primato nella conquista di nuovi orizzonti fuori dall’atmosfera terrestre? Non che sia obbligatorio domandarselo, beninteso. Tuttavia nei prossimi anni esplorazione e sfruttamento del cosmo torneranno a essere una priorità internazionale, per quanto con presupposti molto diversi da quelli di allora. Ed è questo il punto.

Cme fu chiaro subito a tutti, dalla fine degli anni 50 la corsa allo spazio rappresentò il confronto fra visioni del mondo e sistemi politici l’un contro l’altro armati. E c’è di più: dopo che se n’erano perse le tracce nell’era della magia arcaica, la competizione spaziale rinvigorì l’importanza del duello, in cui il miglior combattente di un esercito si contrapponeva all’eccellenza nemica fino alla morte, in una lotta che decretando il vincitore avrebbe scongiurato ulteriori spargimenti di sangue.

In altri termini, durante la guerra fredda tornò a diffondersi un’antica forma di superstizione, basata non sul timore reverenziale della natura, ma della tecnologia. Perlopiù nucleare. Per questo la conquista del cosmo fu più o meno consciamente percepita come uno scontro preliminare, capace di comprovare all’avversario la propria decisiva e irresistibile capacità di distruzione.

Si arrivò a drammatizzare l’intera capacità tecnologia e intellettuale di due Paesi, nonché la forza della volontà e dello spirito nazionali.

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Che cos’abbia a che fare questo preambolo con il lavoro di Benedict Redgrove, con cui abbiamo avuto lo scambio di opinioni riportato nelle righe seguenti, è allora chiaro.

Nato nel 1959 a Reading, in Inghilterra, e fattosi notare a inizio carriera come graphic designer, Redgrove è da 20 anni uno dei fotografi più ricercati al mondo quando dall’altro lato dell’obbiettivo devono fare bella mostra di sé innovazione e tecnologia. Collezionando premi internazionali, ha lavorato fra gli altri per Audi, BMW, Red Bull, IBM, Hewlett-Packard, Sony e Aston Martin. E svelato ogni volta un’aura mistica anche attorno ai soggetti inanimati delle sue foto e dei suoi progetti, non di rado dedicati a nuvole (come in Everything and Nothing) o a paesaggi urbani ritratti come fossero di un altro pianeta (Ice Flows o Houston to Los Angeles).

Per il numero invernale di Wired abbiamo usato alcuni suoi lavori a corredo di una serie di “interviste extraterrestri” a tutti gli astronauti italiani (un progetto che online continuerà fino al prossimo lancio di Paolo Nespoli). Trattasi di fotografie prese da un suo progetto in corso e in collaborazione con l’agenzia spaziale americana, Nasa: Past and Present Dreams of the Future.

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Come sempre, scorrendo le immagini di Redgrove, non solo è evidente un’eleganza figurativa fuori dal comune; se ne percepisce un carattere quasi sacro. Che siano tute spaziali o lo Space Shuttle Atlantis, non si fa che ribadire il concetto: con loro è una magia arcaica a rivelarsi. Quella di un duello fra due contendenti. O, oggi, fra l’Uomo e i suoi orizzonti.

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Ogni sua fotografia, sia di un volto o un’astronave, sembra arrivare dal futuro. Ed è un bel paradosso. Dal punto di vista tecnologico, che cosa crede ci riservino i prossimi anni?

“Lo spazio, la fantascienza e la tecnologia mi hanno sempre interessato molto e credo questo abbia influenzato ciò che scelgo di fotografare e il modo in cui lo fotografo. Sono cresciuto in un’epoca di esplorazione e di entusiasmo per le scoperte. Mi sembra che quel periodo stia tornando: la gente è di nuovo interessata alle esplorazioni spaziali e alla fisica.

Penso che il futuro sarà pieno di menti desiderose di sapere di più e di sviluppare nuovi mezzi di trasporto. Sia chiaro, sono tutte idee nate negli anni 20 e 30; solo, le conoscenze, la tecnologia, i materiali e l’ingegneria oggi permettono di realizzarle”.

Anche lavori come Houston to Los Angeles o Iceland, cioè due reportage fotografici sull’esistente, sembrano arrivare da un domani alieno: è d’accordo?

“Penso sia tutto parte della stessa cosa; il viaggio e l’esplorazione mi interessano allo stesso modo. Il fascino che esercitano è il motivo che ci ha portati sulla Luna e che ci permetterà di raggiungere Marte: come specie vogliamo sapere di più, vogliamo esplorare, fare esperienze e imparare”.

Mi può dire qualcosa riguardo a Ice Flows?

“Sono foto scattate durante un paio di voli, mentre stavo lavorando alla mia serie di nuvole Everything and Nothing. Quando vedo scenari di quel tipo li trovo irresistibili, sono incredibilmente belli. Di nuovo, ecco, mi sembrano di un altro mondo”.

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Nasa: Past and Present Dreams of the Future è un progetto collaborativo inaugurato 7 anni fa e ne mancano ancora 2: può parlarne dettagliatamente?

“Per me non c’è organizzazione al mondo più progressista, emozionante, più dedita al miglioramento dell’umanità e alla sua convivenza pacifica della Nasa. La ritengo la migliore organizzazione al mondo: si occupa di scienza, arte, design, ingegneria, produzione, passione, fede, educazione, informazione, e non smette mai di progredire. Trova sempre le risposte che cerca e solo per porsi altre domande. Ci istruisce non solo riguardo l’Universo, ma anche alla Terra e diffonde le proprie conquiste tecnologico scientifiche nel nostro quotidiano. Più di tutto, però, sono l’emozione e la maestosità di sogni e conquiste dell’agenzia che mi hanno spinto a creare Past and Present Dreams of the Future”.

Da qui la scelta dei soggetti?

“Esatto. Il termine “iconico” è abusato, ma sembra insufficiente quando si tratta della Nasa, delle sue missioni e della sua storia. È sugli oggetti capaci di cristallizzare i sogni, quelli da cui traiamo il nostro entusiasmo, che ho deciso di concentrarmi: una tuta spaziale non è solo un indumento protettivo, è un portale magico che trasporta il suo occupante, ma anche l’osservatore, in un altro luogo. Ed è un posto di desideri per la maggior parte di noi, poveri mortali.

Questi oggetti ci ispirano, ci lasciano sbalorditi di fronte ai loro obiettivi e a come li raggiungono. Ed è questa solennità, sono il rispetto e l’eroismo che voglio far emergere fotografandoli. I miei scatti sono la celebrazione delle persone che quegli oggetti “magici” li hanno progettati e realizzati, delle strutture in cui sono stati testati, lanciati e a cui, alla fine, hanno fatto ritorno”.

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C’è un aspetto di questo corredo “magico” che l’ha colpita più degli altri?

“I design della Nasa nascono da un principio: la forma segue la funzione. È alla base dell’esistenza stessa dell’agenzia spaziale. Domande come «abbiamo bisogno di arrivare qui e fare questo?» o «che cosa dobbiamo inventarci affinché ciò succeda?» implicano un percorso apparentemente semplice, ma in realtà di estrema complessità ed è su questo che ho scelto di soffermarmi con Past and Present Dreams of the Future. La Nasa e i suoi fornitori hanno progettato alcuni dei manufatti più iconici mai realizzati dall’uomo. Il mio progetto fotografico esiste per portarli a un pubblico più ampio possibile e in tutta la loro gloria”.

Gloria, addirittura?

“Certo; a molti può capitare di incontrare il proprio idolo, o vedere l’opera d’arte preferita ed esserne sopraffatti. Con le mie foto vorrei la gente guardasse gli oggetti Nasa e rimanesse sbalordita di fronte al loro design. Per questo mostro una tuta da astronauta a dimensioni reali o leggermente ingrandita, per trasmettere la potenza delle sue linee e del suo ospite.
Quando per la prima volta mi sono trovato davanti lo space shuttle Atlantis, ho vissuto quella che può essere descritta solo come un’esperienza religiosa; suppongo sia questo che provano le persone quando incontrano i loro eroi. Pop star, calciatori, piloti automobilistici, chiunque tu scelga come destinatario della tua ammirazione credo ti faccia sentire come me accanto allo shuttle: venero l’Atlantis.

È stato nello spazio 33 volte, ha viaggiato a 17.500 miglia all’ora, ha orbitato attorno alla Terra 4848 volte, percorso più di 200 milioni di chilometri e sopportato temperature di 1650 gradi centigradi; ha raggiunto la Mir 7 volte, contribuito alla costruzione della Stazione Spaziale Internazionale trasportando 14 telescopi ed è stato l’ultimo shuttle a volare, missione STS-135, nel 2011. Il mio sogno di bambino era di fronte a me e non mi ha deluso”.

A proposito, che cos’è per lei lo spazio?

“Il grande infinito; pone domande dalle cui risposte scaturiscono nuovi quesiti. E avanti così. Lo spazio è un puzzle ed è un dono da assaporare e gustare. Ne facciamo parte ed esso è letteralmente parte di noi.

So che la memoria è selettiva, ma la prima cosa di cui ho ricordo è di essere in una carrozzina a qualche metro da una tv con, sullo schermo, l’immagine tremolante e in bianco e nero di un uomo sulla Luna. Amo lo spazio e tutto quanto lo riguardi da allora”.

Le sue fotografie appaiano “calde” nonostante ritraggano oggetti senza vita e un’enorme quantità di bianco. Qual è il suo segreto?

“Non credo di averne; mi limito a osservare le cose che amo o mi interessano. Immagino che la passione emerga in quello che faccio e spero si traduca in un piacere simile per gli osservatori”.

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Una parte considerevole del suo lavoro si concentra sui robot umanoidi; sempre più persone pensano che non saranno necessariamente un bene. Cosa ne pensa?

“Cominceranno senza dubbio ad avere un ruolo enorme nelle nostre vite nel corso dei prossimi 10 anni. Ed è doveroso oggi porsi alcune domande fondamentali. C’è già chi riflette sui diritti degli automi, per esempio, e si chiede se debbano avere un interruttore di spegnimento. C’è chi si domanda se permetteremo che un’intelligenza artificiale possa costruirne un’altra. Di mio, spero avremo la lungimiranza di svilupparle in modo da impedire che prima o poi possano soppiantarci, o comunque causare problemi”.

Conosce i lavori di Joby Harris? Uno dei suoi compiti è creare immagini che comunichino i progetti futuri della Nasa e incoraggino i suoi dipendenti: abbiamo bisogno di essere spronati per sperare in un futuro migliore?

“Penso che la positività si applichi a tutte le cose della vita e ritengo si possa essere realisti e ottimisti insieme. Sono i sogni e i progetti ad averci permesso di arrivare dove siamo”.

Qual è la sua fotografia migliore? E perché?

“Una delle foto dell’Atlantis; mi ricordo anche di essere stato nel centro di controllo missione con il personale e di aver guardato il tramonto attorno alla Terra con la Iss in primo piano. È stato magico”.

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Che cosa le piacerebbe fotografare?

“Vorrei essere presente al viaggio inaugurale dello Space Launch System e poi fotografare il prossimo tentativo di stabilire il record di velocità su terra, una sfida che mi attira enormemente. I piloti Malcolm e Donald Campbell erano i miei eroi e vorrei vedere quando e cosa succederà di nuovo”.

In un’epoca in cui tutti scattano fotografie, le postano e condividono, sembra che essere un fotografo sia sempre più difficile; è d’accordo?

“Credo che l’accessibilità della fotografia sia una cosa buona. Il fatto di essere visivamente più consapevoli e capaci di distinguere cosa renda bella un’immagine è solo positivo. L’unica cosa che mi rattrista è che ci si sta abituando a standard di lavoro più bassi. Ci si dimentica dell’abilità e della tecnica e si pretendono solo tante immagini, senza capire le conseguenze di questo atteggiamento: più immagini pessime vengono pubblicate, meno si sarà stimolati a produrne di qualità e a investire tempo e denaro per farlo.

Sono piuttosto sicuro che la parola sia passata attraverso lo stesso processo. Tutto è stato ridotto in bocconi singoli di fatti e cifre da fast food. La volontà di investire del tempo in una lettura più lunga e approfondita è stata ridimensionata dagli editor, perché il pubblico è troppo impegnato a comprimere un giorno di 25 ore in 24″.

Crede esistano intelligenze extraterrestri?

“L’Universo è un posto enorme, sarebbe ingenuo pensare che l’unico pianeta che ospita la vita sia il nostro”.

Come procederà Past and Present Dreams of the Future?

“La mia collaborazione con la Nasa continuerà fino al 2018, quando il lancio dell’SLS porterà lo sviluppo dell’agenzia al livello successivo. Fino a quel momento, ci sono ancora tute e oggetti da fotografare, le nuove tecnologie e, ovviamente, SLS e Orion. Nonché il telescopio James Webb, che è il più importante prossimo passo verso la possibilità di conoscere meglio il cosmo.

Spero che il progetto, che nel 2019 diventerà una mostra, dia alle persone un secondo per gioire di quello che siamo in grado di fare come specie quando ci impegniamo”.

Ecco perché la prossima corsa allo spazio potrebbe essere diversa.

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