Il mio amico Alan D. Altieri

Alan D Altieri

Se n’è andato Sergio Altieri in arte Alan D., classe 1952, milanese. Un amico vero, un maestro artigiano grande e generoso quanto discreto, un narratore con molte frecce nel suo arco, un monaco guerriero della scrittura, uno straordinario spalatore di carbone nelle miniere dell’editoria. Ci eravamo conosciuti nel 2008 in piazza Castello, quando con Riccardo Luna stavamo varando il primo numero dell’edizione italiana di Wired. Ci serviva uno scrittore italiano di buon nome e di forte popolarità, che sapesse di che cosa parlava: l’obiettivo era presentarci in edicola con un’intervista a Rita Levi Montalcini.

Io proposi come intervistatore Paolo Giordano, torinese gentile e schivo, giovane fisico diventato autore di grido con il successo clamoroso della Solitudine dei numeri primi. Chiamai, per assicurarmi la sua collaborazione, Antonio Franchini, editor della narrativa italiana per Mondadori, scrittore rimarchevole di suo e artefice del successo di molti. Antonio lo conoscevo dal 1988, quando agli Oscar Mondadori era stato l’editor complice del mio primo libro dedicato ai grandi dischi del rock. Franchini non soltanto portò Paolo Giordano ma ci propose, per il futuro, alcuni autori che stimava particolarmente: se non ricordo male, Walter Siti e Antonio Moresco. Autori grandi, ne convenivo, ma quanto in sintonia con il nostro progetto?

Prova con Alan D. Altieri, va senz’altro bene per voi, è bravo come neanche immagini, suggerì Franchini. Sapevo chi era, Alan D. Il milanese che, dopo una militanza credo in Lotta Continua (in seguito, e sì che abbiamo parlato tanto, non abbiamo mai messo a confronto le nostre intemperanze giovanili), se n’era andato in America per collaborare con Dino De Laurentiis. C’era anche la sua impronta, di sceneggiatore o di story editor, in film come Atto di forza di Paul Verhoeven da Philip K. Dick, in Conan il distruttore di Richard Fleischer, nello splendido L’anno del dragone di Michael Cimino, nel perturbante Velluto blu di David Lynch. Sapevo chi era, il “maestro italiano dell’apocalisse”, come avevano preso a chiamarlo fin dalle prime prove per i suoi noir tesi fino allo spasimo, adrenalinici e disperati. Avevo letto l’esordio di Città oscura (1981) e quel Kondor che nel 1997 gli aveva fatto vincere il Premio Scerbanenco. È un ingegnere meccanico, sa parlare delle cose che vi stanno a cuore, insistette Franchini, e ha scritto pagine bellissime, Enzo Siciliano lo ha incluso nella sua antologia dei racconti del ‘900 per i Meridiani.
Con una raccomandazione così appassionata l’incontro era d’obbligo. Feci la conoscenza con questo mitissimo Bud Spencer dalla voce profonda e pastosa, con questo guerriero generoso con un fondo di timidezza, disponibile senza riserve, e sì che da fare ne aveva. Era, negli anni in cui l’ho incontrato, autore di successo, traduttore di rango (il suo maestro Raymond Chandler con il detective Philip Marlowe spiegazzato, cinico e moralissimo; ma anche Dashiell Hammett, il George R. R. Martin di Trono di spade e decine d’altri, negli ultimi anni i racconti di un maestro dell’orrore come Lovecraft) e responsabile delle pubblicazioni da edicola di Mondadori (Gialli Mondadori, Segretissimo, Segretissimo SAS, Urania, i Classici del Giallo, il Giallo Mondadori Presenta, più di recente se non ricordo male anche una collana di fantasy).

Decidemmo che si sarebbe cimentato con la “grande opera” italiana per definizione, il ponte sullo stretto di Messina. Ne venne fuori un magistrale resoconto visionario (e apocalittico, c’era da dubitarne?) che, applicando ai progetti di costruzione del ponte la teoria della deriva dei continenti, vedeva la Sicilia prendere, pian piano ma in maniera inesorabile, il largo, e il ponte creparsi e crollare. Il suo fanta-reportage non venne mai pubblicato: Riccardo Luna aveva perplessità (legittime, nei giornali è così), avrebbe preferito una vera perizia, un vero reportage. Forse, sospetto, una cosa più ottimistica. A me toccò fare da ufficiale di collegamento con Sergio che, senza mai protestare, alla fine chiese se avrebbe potuto utilizzare il suo testo altrove. E la “veridica storia” del tracollo del ponte finì su Nazione Indiana.

Intanto avevamo preso a frequentarci, come due amici o come due ong, senza scopo di lucro. Ci vedevamo a pranzo in un ristorante da carnivori perché a Sergio non piaceva il pesce. La “linea del burro”, comune a tanti lombardi (ho frequentato donne belle e affascinanti che avevano in gran spregio l’olio, figurarsi se non ero indulgente con Sergio), gli faceva preferire il riso alla pasta, il vino rosso al bianco (ma poco, senza esagerare, bevevo più io di lui), niente superalcolici e al massimo un amaro a fine pasto. Il menù è rimasto invariato anche quando veniva a cena da me, un risotto, un roastbeef o una tartare e un Braulio.

E parlavamo: un giorno mi portò in dono i suoi nuovi libri, aveva cambiato rotta senza rinunciare al furore, ora si cimentava con il romanzo storico, la Guerra dei Trent’Anni nientemeno, che devastò l’Europa fra il 1618 e il 1648. Leggili se hai voglia, dimmi che cosa ne pensi. Era la straordinaria Trilogia di Magdeburg (L’eretico, La furia e Il demone, 2005-2007, me li ero persi e un po’ mi vergognavo), esattissimi e sommamente eccentrici al tempo stesso. Esatti al millimetro per i dati storici (il suo Wallenstein regge il vaglio degli specialisti), precisi fino al virtuosismo nel raccontare i combattimenti. Ed eccentrici con un tocco di genio perché al centro della contesa feroce fra cattolici e protestanti c’era la figura di Wulfgar l’Eretico: man in black coperto di tatuaggi e cicatrici, fiero odiatore della chiesa cattolica e dei suoi gesuiti cardinali frati e inquisitori (l’unico cattolico buono nella trilogia era il principe-cardinale Alessandro Colonna), eroe giustiziere micidiale nell’uso della katana. Sì, avete capito bene: un guerriero ninja (Wulfgar aveva soggiornato a lungo in Giappone) nell’inferno delle cristianissime guerre di religione. Se ne fosse accorto Quentin Tarantino, sarebbe stata una saga come Kill Bill. Per Sergio, forse, era un modo di recuperare l’ansia di giustizia della gioventù: un eroe che portasse a un approdo sicuro, oltre i fiumi di sangue di quella guerra interminabile e scellerata, i contadini spossessati, le donne stuprate, gli orfani senza tetto né legge.

Parlavamo e cazzeggiavamo, allestendo romanzi che duravano lo spazio di un pranzo. Botta e risposta: che cosa succede se arriva la terza guerra mondiale? Be’, prima di tutto non ci sono più riserve energetiche, il petrolio è finito. E allora? Allora si ritorna indietro, si vede di farne a meno. Basta anche con la tecnologia? Ma no, vediamo come recuperarla. E via così. A volte facevo un’ incursione in qualche libreria dove presentava i suoi bestseller. Sergio era un istrione, chi lo ha visto in azione sul palco del “Wired Next Fest” lo sa. Allora interrompeva il colloquio con le fan adoranti: “È arrivato un amico, un grande giornalista”. Imbarazzato e compiaciuto, buttavo lì: “Ma va là, grosso, non grande”. E scoppiavamo a ridere.

Inevitabile che collaborassimo di nuovo. Accadde nel 2014, quando a Wired con il direttore Massimo Russo si decise di allestire un numero estivo della rivista fatto di racconti di “fantascienza contemporanea”. Ci serviva un guest editor, che facesse quagliare il progetto. Io e Omar Schillaci ci confrontammo, scoprendo di amare entrambi Sergio. Lui accettò in cinque secondi, convinse alcuni riottosi (Valerio Evangelisti che ci regalò uno splendido racconto già edito, George R. R. Martin del quale pubblicammo un inedito) e fece l’editing di tutti i testi. L’editing, non la correzione di bozze: ed era uno spettacolo vedere i testi di Licia Troisi e Tullio Avoledo, di Bruce Sterling e Nicoletta Vallorani, sottolineati in blu verde rosa giallo. Passi da spostare, periodi da asciugare, suggerimenti per una migliore sequenza del plot. Fu una grande, bella avventura che mi insegnò molte cose.

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Per me l’avventura di Wired si è chiusa nel 2015, l’amicizia con Sergio è continuata, si era rafforzata in un periodo duro che ci aveva affratellati per lutti comuni. Ci vedevamo per un pranzo o per un aperitivo, continuando a inventare storie che non avremmo mai messo su pagina. L’ultima volta attaccai io, era un periodo di ravvicinate stragi Isis: Sergio, mettiamo che Dio si incazza…. E lui: e finalmente magari si sfoga, metti che in un colpo solo uccide al-Baghdadi e tutti quelli che stanno dietro alle stragi, fa in modo che tutti li vedano, e lancia un messaggio in mondovisione. Io: ma dai Sergio, non è mica Live Aid. E lui: perché, credi che Dio non saprebbe usare YouTube?

L’ultima volta che l’ho visto, però, eravamo assieme in una libreria a ricordare Giorgio Scerbanenco, milanese di origine ucraina e maestro del nero, con il suo medico-detective Duca Lamberti vendicatore del dolore degli umili. Mi ero ricordato che, in un libro di racconti al modo di Scerbanenco, Sergio aveva fatto impugnare il mitra a Duca, al Cimitero Monumentale, per sgominare una gang. L’avevo invitato a parlarne e lui aveva accettato. Il nostro ultimo incontro, il nostro ultimo aperitivo. In questo 2017 di impegni frenetici per me e per lui, ci eravamo accontentati del telefono: lui per chiedermi come mi andava (“Ma sei tranquillo? Hai bisogno di trovare lavoro?”), io per chiedergli come procedeva il seguito di Jaggernaut, ora che era tornato alla fantascienza.

Apprendo, con una fitta al cuore, che Sergio è morto solo, in casa, per un malore. Avrei voluto rivederlo, avrei voluto passare ancora una serata con lui. Ciao Sergio, ho buona memoria e non ti dimenticherò.

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