Grillo mangia e vomita i giornalisti, cannibale di una generazione

(Foto: Lapresse)

Beppe Grillo è tornato a sputare odio sui giornalisti. Al solito, irritato dalla tonnara che si crea intorno all’hotel Forum di Roma, ha preso per il culo chi guadagna pochi euro al pezzo e ha spiegato con l’eleganza che lo contraddistingue che ci mangerebbe solo per il gusto di vomitarci. La frase precisa è: “Questo è sequestro di persona, vi mangerei tutti per il gusto di rivomitarvi. Siete i principi del pettegolezzo, quindi non mi coinvolgerete”.

Non c’è ressa che giustifichi parole del genere dal capo politico di uno dei principali partiti del nostro Paese. Non esiste neanche se detto col solito sorrisetto increspato. Se non vuoi la ressa cambi albergo e tieni il massimo riserbo sulle tue “discese romane”. La realtà è che quel “frame”, cioè quella situazione specifica e ricorrente, è perfettamente congeniale al comico genovese. Mentre la disprezza e se ne lamenta in realtà si rende conto di poterla sfruttare a suo piacimento per inviare l’ennesimo messaggio alla sua vasta e contraddittoria base elettorale. E forse solo per questo i giornalisti potrebbero, un bel giorno, fargli trovare un sonoro vuoto sulla stradina a ridosso dei Fori dove affaccia il suo quartier generale capitolino. Per mandare quegli insulti a schiantarsi su qualche colonnato dell’antica Roma.

Il vomito mi preoccupa, certo, sono toni da caudilli sudamericani o, più semplicemente, da postfascisti di casa nostra. Ce ne sono moltissimi, sotto tante spoglie, soprattutto mentite. Ma è la pelosa insistenza sui compensi, un ritornello martellante, il vero pericolo. O almeno, uno dei più inquietanti fra i molti, dai vaccini in giù, a cui ci sottopone il Movimento 5 Stelle.

Quel refrain punta infatti a delegittimare un mestiere e soprattutto il suo ruolo di garanzia, denuncia e analisi. E lo fa nel peggiore dei modi: senza entrare nel merito (non si entra quasi mai nel merito con Grillo, che d’altronde non reggerebbe un contraddittorio argomentato e in fondo non è lì per quello) ma sollevando il tema dei compensi che colpisce in particolare i più giovani. Un bagno di sangue. (Per inciso, è certo un tema grave ma per fortuna non troppo grave come lo disegna lui: ci campiamo in molti con questo lavoro e ci camperemo ancora un bel po’. Poi ci daremo alla quiete scandinava, lontanissimi dall’hotel Forum).

Il problema è semmai la forchetta: in mezzo a quella ressa ci saranno senz’altro i colleghi pagati 10 euro come quelli ipergarantiti da stipendi più che ricchi. Ad analizzarla bene, Grillo potrebbe perfino rivoltarla a suo vantaggio, quella situazione, paradigmatica di molte altre nella nostra società lacerata. Macché. Invece di proporre soluzioni, per il problema del precariato nel settore, preferisce umiliare una generazione per fomentare la sua base politica che tanto mezzo giornale non l’ha mai sfogliato. E ne va fiera. Il fatto è che in quella generazione non ci sono solo i giornalisti che lavorano in certe condizioni: ci sono tutti gli altri e il richiamo ai “10 euro a pezzo” è uno sputo sull’intero dramma occupazionale.

Qualcuno mi spiegava l’altro giorno che Salvini sarebbe peggio di Grillo. In particolare, che sarebbe più fascista il primo del secondo. Non so se rispolverare sempre quell’etichetta abbia un senso. Ho risposto che secondo me sono “diversamente peggiori”, perché si rubano voti e consensi sugli stessi terreni – come hanno dimostrato diverse attente analisi nei mesi scorsi. Dai magistrati ai giornalisti, ogni organo di controllo formale o culturale è un orpello da neutralizzare. Anzi, da mangiare e rivomitare. Una traccia che li accomuna e che francamente non ci consente di fare classifiche: si muovono entrambi con l’obiettivo di penetrare gli italiani dalla pancia e non dalla testa. Un giorno tutto questo livore sarà loro inutile.

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