GranoSalus e l’analisi sulla pasta italiana, 5 punti da chiarire prima di creare allarmismo

(Foto: GranoSalus)

“Lo dicono le analisi: Don, Glifosate e Cadmio presenti negli spaghetti.” Questo il titolo scelto dall’associazione pugliese GranoSalus per (ri)lanciare la notizia di una (presunta) contaminazione della pasta prodotta da alcune tra le più note marche italiane.

Nel testo, pubblicato domenica 26 febbraio su granosalus.com si punta il dito contro aziende come Barilla, Divella, Voiello, De Cecco, Garofalo, La Molisana, Coop e Granoro. La tesi sostenuta è duplice: da una parte la presenza di contaminanti “pericolosi” nelle confezioni di spaghetti di tutte le marche, dall’altra la “confermata attività di miscelazione tra grani esteri e nazionali”.

L’argomento è presto diventato virale, tanto che in rete si sono moltiplicate le reazioni da parte di giornali, siti di informazione (1, 2) , debunkers (1, 2) e aziende produttrici (1, 2, 3, 4, 5). Facendo comunque prevalere il principio di precauzione, le concentrazioni di contaminanti sono in tutti i casi al di sotto dei limiti imposti per legge (come chiarisce anche la stessa GranoSalus), dunque termini come “avvelenamento” o “schifezze” paiono fuori luogo e rischiano di alimentare un ingiustificato allarmismo. D’altra parte, però, il dibattito scatenato impone di valutare tutti gli aspetti della vicenda, senza dare nulla per scontato.

Ecco quali sono le principali criticità emerse in seguito alla pubblicazione di GranoSalus.

1. Chi ha eseguito le analisi?
Nel testo pubblicato domenica scorsa si legge che le analisi sono state finanziate dalla stessa GranoSalus ed eseguite in generici “primari laboratori europei accreditati”, senza alcun dettaglio ulteriore. Un membro dell’associazione ha chiarito su Facebook che il nome del laboratorio “è a disposizione della magistratura e non è stato reso pubblico solo perché l’argomento è delicato e le pressioni forti”.

Nonostante la scelta dell’anonimato sia comprensibile, gli unici dati a disposizione sono quelli contenuti in una tabella pubblicata dalla stessa associazione, dall’aspetto artigianale e che riporta come ultima colonna il Giudizio GranoSalus, per tutte le marche negativo. Non esistono prove pubbliche che possano dimostrare che si tratti di un falso, ma nemmeno evidenze da altre fonti a sostegno della veridicità dei valori riportati.

(Tabella: GranoSalus)

2. Che cos’è GranoSalus?
Come dichiarato sul sito, si tratta di una associazione fondata nell’ottobre del 2016 a Foggia, in Puglia. La mission dell’associazione è “difendere i consumatori dando voce agli agricoltori”, per abbassare i limiti di legge dei contaminanti del grano duro “che non tutelano i consumatori italiani”. Sul sito dell’associazione è riportato un indirizzo email e il nome dell’autore dell’articolo, ma mancano altri riferimenti come un indirizzo o un numero di telefono per il contatto.

3. Che cosa ci dicono davvero i valori dei contaminanti?
Su questo aspetto si sono concentrati i principali siti di debunking, che hanno confrontato i valori della tabella con i limiti imposti dalla legge vigente. Oltre alla conferma ulteriore del rispetto delle norme, è stato calcolato che anche per il caso peggiore (secondo i dati GranoSalus è la micotossina Don nella pasta Divella) si supererebbero i limiti solo consumando 2 chilogrammi di pasta al giorno per tutti i giorni dell’anno. Qui e qui trovate altre considerazioni su numeri e leggi, ma in ogni caso con simili abbuffate di pasta si avrebbero problemi di salute ben più gravi degli eventuali effetti nocivi dei contaminanti.

In alcuni casi le contaminazioni riportate arrivano allo stesso ordine di grandezza del limite di legge, raggiungendo anche quote non del tutto trascurabili e pari al 30-40% del valore massimo tollerato dalla normativa. Allo stesso tempo, però, i limiti di legge sono stati scelti abbassando anche di cento volte le concentrazioni di contaminanti risultate innocue in esperimenti a lungo termine su cavie. Questo significa che il limite di legge non coincide affatto con il valore limite per la sicurezza alimentare, ma esiste un margine di sicurezza ulteriore tra ciò che è consentito legalmente e ciò che potrebbe essere nocivo per la salute. Concentrazioni infime di contaminanti, inoltre, sono presenti in tutto ciò che ingeriamo e respiriamo, e lo sbandierato obiettivo dello zero-residui è di fatto irraggiungibile perché metalli e altre sostanze si trovano ovunque nel terreno, nell’acqua e nell’atmosfera. Per questo le leggi non impongono un divieto assoluto della presenza di inquinanti, ma fissano limiti di concentrazione.

Sul fatto che le tre sostanze incriminate (Don o deossinivalenolo, glifosato e cadmio) siano davvero nocive per la salute si può discutere, poiché in molti casi si tratta di argomenti ancora aperti anche all’interno della comunità scientifica. I lunghi elenchi di malattie ed effetti collaterali spesso disinformano e creano il panico, perché ci si dimentica di chiarire come l’elemento più determinante sia sempre la quantità. In quantità sbagliata, anche l’acqua uccide.

4. Quale sarebbe il grano salubre?
Pochi lo hanno fatto notare, ma la tabella di GranoSalus riporta solo i bocciati. Sarebbe molto interessante avere, da parte di uno stesso laboratorio, un’analisi che mette a confronto tutte queste marche per cui il giudizio GranoSalus è negativo con qualcosa che ottenga un responso positivo. In altri termini, che cosa dovremmo dedurre da una simile indagine? Di smettere di mangiare pasta oppure di acquistarne di altro tipo? E nel secondo caso, quale?

Se davvero ci fosse un’evidenza scientifica sul fatto che esistono grani meno contaminati di altri, sarebbe perfettamente lecito da parte del consumatore propendere per l’uno o per l’altro prodotto includendo queste informazioni nella complessità della valutazione insieme al prezzo, ai valori nutrizionali, alla provenienza e al gusto. A parità (idealmente) di tutte le altre condizioni, chi non preferirebbe un prodotto meno contaminato, ammesso che esista? I dati di GranoSalus, però, mostrano solo una faccia della medaglia.

5. I contaminanti non dimostrano di per sé la provenienza estera
L’articolo di GranoSalus si sbilancia affermando che i dati confermano l’esistenza di una “attività di miscelazione tra grani esteri e nazionali”, che dimostrerebbe anche la prassi (illegale per il regolamento della Comunità Europea numero 1881 del 2006) “di miscelare grani contaminati con grani privi di contaminazione al fine di ottenere partite mediamente contaminate”. Alcune delle aziende citate hanno ribadito di non fare mistero della provenienza in parte italiana e in parte estera del grano utilizzato – giustificandola con l’insufficienza della produzione italiana in termini di quantità e a volte anche di qualità – mentre altri produttori hanno confermato la provenienza “al 100% italiana”.

I controlli spettano alle autorità competenti, che si occupano anche di incrociare i dati doganali con le quantità dichiarate dalle aziende produttrici e con le informazioni ricavate dalla tracciabilità della filiera. Denunciare un simile traffico illecito di grano a partire da un unico dato sulla contaminazione media, tra l’altro perfettamente a norma, è una conclusione un po’ forzata. La pretesa avanzata dai consumatori per una totale trasparenza aziendale, d’altra parte, è lecita e ben motivata.

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