È giusto che in Venezuela Twitter sospenda gli account governativi?

Schermata 2017-06-19 alle 11.13.43Pochi giorni fa il Washington Post si domandava se il Venezuela stesse imboccando la strada della guerra civile. Ormai da mesi proseguono infatti massicce proteste di piazza e scontri sanguinari con la polizia che hanno prodotto decine di vittime. Uno dei punti più dolorosi del muro contro muro che oppone il presidente-dittatore Nicolás Maduro, erede di Hugo Chavez, e l’ampio spettro delle opposizioni raccolte nella Mesa de la Unidad democratica, è stata la morte del 17enne Neomar Lander il 7 giugno a Caracas.

Dall’inizio di aprile le vittime sarebbero circa cento e ovviamente il quadro è più complicato di come ci sembra perché ai pro e antichavisti che si confrontano sulle mire di riforma (golpe) costituzionale di Maduro – e sulla chiusura del Parlamento, poi revocata – si aggiungono le orride condizioni in cui versa il Paese. Dalla scarsità di generi di prima necessità e di farmaci all’impennata della mortalità infantile (+30%) e di quella materna (65%).

L’inflazione vola oltre il 700% e l’economia si è ridotta quasi di un quinto. La situazione sociale, già difficilissima, è precipitata e i ricatti del governo per l’accesso a quel che resta dei servizi pubblici sono degni dei peggiori regimi del ‘900. I conti sono infine ingarbugliati perché le spese sociali del defunto Chavez, con il calo del prezzo del petrolio, sono rimaste appese.

Intanto, come sempre accade, la brutta partita si gioca anche sul piano digitale, in particolare sui social network. Sollevando non poche domande. Twitter, in particolare, è scesa in campo negli ultimi giorni sospendendo decine di account in qualche modo collegati al governo di Caracas o alla sua giostra propagandistica. Ovviamente è molto difficile dire di quanti si tratti davvero. Alcune fonti come il ministro dell’Informazione Ernesto Villegas dicono 180, Maduro urla al complotto e parla di “migliaia di profili”. Fra questi ci sono anche quelli di Radio Miraflores, una stazione radiofonica che trasmette direttamente dal palazzo presidenziale (e dove Maduro conduce anche un programma di salsa). Un altro è @miraflores_tv, una web tv gestita dal governo lanciata tre mesi fa.

Per Maduro, ormai con le spalle al muro e in un totale ribaltamento delle parti degna di una pièce da teatro dell’assurdo, Twitter sarebbe “un’espressione di fascismo”. Un tema che d’altronde si lega molto bene ad alcune delle sue teorie dietrologiche per cui gli Stati Uniti starebbero complottando con i partiti d’opposizione locali per rovesciare il governo regolarmente eletto. “Twitter ha disattivato migliaia di account in Venezuela – ha spiegato sabato scorso il presidente in una delle usuali maratone televisive – la sola colpa era essere chavisti”. Fra l’altro proprio Chavez fu un protagonista nell’uso della piattaforma e tuttora, da morto, batte il suo ex autista 4 milioni di follower contro 3.

Alle accuse Maduro ha anche invitato un giornalista filogovernativo a pubblicare la foto del presunto capo di Twitter Venezuela, anche se non pare che l’uccellino abbia un ufficio in quel Paese. Eppure, nonostante le sospensioni del social di Jack Dorsey – in effetti alcuni degli account non sono più raggiungibili – il presidente ha invitato i suoi sostenitori a non mollarlo né boicottarlo ma a continuare la guerra a colpi di tweet contro le opposizioni: “Hanno ucciso migliaia di account ma se ne chiudono mille ne apriremo 10mila o anche di più con l’aiuto dei giovani – ha tuonato Maduro – la battaglia sui social media è molto importante”.

La faccenda è interessante: per una volta, pur dopo le pressioni e la censura totale di Maduro specialmente sugli altri mezzi di comunicazione, le parti s’invertono e Twitter entra a gamba tesa nel confronto locale. Scegliendo con chiarezza da che parte stare.

Il quartier generale di San Francisco non ha rilasciato alcun commento ma il messaggio è chiaro: silenziare almeno su Twitter la macchina della propaganda di un regime spietato, che sta affamando il Paese e tentando di erodere i già ristretti spazi di democrazia.

Eppure, al netto della posizione per così dire morale – per cui, lo ribadiamo, ci auguriamo che Maduro lasci presto palazzo di Miraflores e finisca in galera insieme alla sua cerchia – è giusto che una piattaforma entri negli equilibri geopolitici in modo tanto pacifico? Se in questo caso la questione passa sotto traccia perché è davvero difficile sostenere un regime che ha ridotto i suoi cittadini in quelle condizioni e contrastato in ogni modo l’opposizione democratica, in altre occasioni il giudizio potrebbe essere ben più scivoloso.

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