Cos’era Dragon’s Lair, il gioco intravisto nel trailer di Stranger Things 2

Se avete visto il trailer di Stranger Things 2 probabilmente il vostro cuore ha saltato un battito di fronte alla schermata di Dragon’s Lair. Se invece non avete capito come mai dei ragazzini degli anni ’80 stavano giocando con un cartone animato vuol dire che o sei una persona molto giovane nostalgica di cose che non ha vissuto o all’epoca eri disattento. In entrambi i casi siamo qua per colmare quella lacuna.

Piccola premessa: chi oggi si stupisce perché delle persone vogliano guardare gli altri giocare probabilmente non frequentava molto le sale giochi a cavallo tra gli ’80 e i ’90. L’ecosistema della sala giochi non era fatto semplicemente da persone che entravano, inserivano una moneta e giocavano. Ognuna conteneva dentro di sé un carico di personaggi dai ruoli ben precisi: quello bravo a Street Fighter, il tizio che voleva solo giocare in doppio, la ragazzina che ti asfaltava a Puzzle Bobble, quello che passava le ore a chiedere agli altri “Lo sai fare questo, boss? Te lo batto io?” e ovviamente col fatto che spesso il cabinato era uno solo c’era un sacco di gente che guardava.

Guardare gli altri giocare era l’attività principale di qualunque ragazzino delle sale giochi, perché i soldi finivano presto, ma il fascino di quei mondi era tanto, quindi ti aggrappavi con le unghie e coi denti all’euforia di riflesso: se non potevi giocare almeno potevi vedere gli altri giocare, soprattutto se erano bravi, in quel caso la loro partita diventava una sorta di cartone animato fatto di pixel che ti gustavi in prima fila.

A meno che la monetina del tuo idolo non fosse finita in Dragon’s Lair, in quel caso era davvero un cartone animato.

Dragon’s Lair uscì nel 1983 e rappresentava l’avanguardia di una tecnologia completamente diversa per i videogiochi: i laserdisc. Il primo nel suo genere fu Astron Belt, ma Dragon’s Lair rimane probabilmente il più conosciuto e diffuso.

La tecnologia dei laserdisc permetteva un livello grafico mai visto fino a quel momento, perché sfruttava filmati veri e propri, il rovescio della medaglia è che al giocatore erano permesse interazioni limitatissime. Tutto ciò che poteva fare era premere il tasto giusto al momento giusto, altrimenti perdeva una vita, fino al game over. Se vi sembra un modo di videogiocare vecchio, sappiate che lo usiamo ancora in alcune situazioni (spesso di giochi più narrativi che interattivi), solo che adesso vengono definiti QTE, Quick Time Event.

Visto che i laserdisc concedevano poco al gameplay, i disegni e la storia erano fondamentali e Dragon’s Lair sotto questo punto di vista poteva contare su un peso massimo: Don Bluth, storico disegnatore Disney che fu ingaggiato dopo che Rick Dyer, il capo del team di sviluppo, vide la sua prima produzione indipendente: Brisby e il segreto di NIMH.

Bluth dette a Dragon’s Lair un’anima fatta di disegni bellissimi, destinati a rimanere impressi nelle retine e nei ricordi di milioni di ragazzi. L’impacciato ma valente cavaliere Dirk, l’imponente drago seduto sulla sua forte come Smaug, ma soprattutto la poco vestita Principessa Daphne, che fu disegnata rifacendosi a Playboy, visto che per tenere i costi bassi non furono usate modelle. Per lo stesso motivo la maggior parte delle voci, escluso quella della introduzione, furono registrate utilizzando lo staff interno. Ecco perché Dirk e Daphne non parlano e si esprimono al massimo con urla, espressioni di sorpresa e qualche gemito.

Quando Dragon’s Lair arrivò nelle sale giochi non eravamo pronti: da vedere era un sogno da giocare era un incubo. Non solo obbligava il giocatore a spendere 400 o perfino 600 lire, ma richiedeva una memoria fotografica delle varie stanze da affrontare, che arrivavano con un ordine totalmente casuale. Era dunque un gioco che riuscivi a dominare solo spendendo soldi e imparandolo a memoria, senza poter contare minimamente sull’abilità accumulata in anni di Bubble Bobble, Double Dragon, Contra o Cabal.

Questo lo rendeva di fatto inavvicinabile per i più piccoli, che però stazionavano regolarmente nelle vicinanze in attesa che uno di “quelli grandi” di solito un sedicenne fresco di paghetta e in cerca di gloria, si cimentasse con l’arduo compito.

Il risultato era di solito un Game Over, ma anche in questo caso lo spettatore veniva premiato con morti decisamente spettacolari. Il fascino di Dragon’s Lair stava nel riuscire a raccontarti una storia contando sulla trama più semplice del mondo, salvare una principessa dal drago, e sull’universale linguaggio dell’azione e del fascino per l’ignoto. Non importava sapere i perché e i percome, c’era un mondo dietro Dragon’s Lair e il bello stava proprio nel fatto che potevi vederne solo una porzione e fantasticare sul resto, anche perché la porzione aveva una potenza visiva incredibile.

Il castello in cui Dirk si avventurava era popolato di mostri orribili, ragni giganti, spettri, troll, cavalieri in grado di lanciare scosse elettriche, pozze d’acido, tentacoli, trabocchetti e vicoli ciechi. Ogni partita era carica di tensione e aspettativa, magari stavolta si sarebbe vista una stanza differente, magari il giocatore avrebbe vinto, magari sarebbe morto in un nuovo spettacolare modo.

Dragon’s Lair costò circa un milione di dollari e ne incassò trentadue nei soli Stati Uniti in un anno, generò due seguiti e un titolo con le stesse meccaniche ambientato nello spazio, Space Ace, fuori dalle sale giochi le code per giocarci duravano anche un’ora.

Non è un caso dunque se in alcuni casi il suo cabinato poteva contare su due schermi, il secondo, posto più in alto, era per gli spettatori e tra quegli spettatori c’era tanta gente che in questi giorni si è vista il nuovo trailer di Stranger Things 2.

Capite adesso perché ci emozioniamo?

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