Campo Dall’Orto lascia la Rai come l’ha trovata

(Foto: Lapresse)

Come previsto Antonio Campo Dall’Orto, il primo direttore generale plenipotenziario della Rai, si dimette oggi. Le elezioni si avvicinano e la tv di Stato rientra velocemente (ne è mai uscita?) nel vortice della lottizzazione selvaggia. Ma una volta tanto l’ex vicepresidente Viacom ci regalerà una notizia confortante: nessuna maxi buonuscita per lui che d’altronde è rimasto alla guida di viale Mazzini appena 22 mesi. In mattinata l’ultimo consiglio di amministrazione per il manager di Conegliano, che in quella sede – convocata dalla presidente Monica Maggioni con pochi punti all’ordine del giorno – dovrebbe comunicare la sua decisione dopo aver rimesso il mandato nelle mani del ministero del Tesoro, Pier Carlo Padoan. Arrivederci e grazie.

Dunque Campo Dall’Orto ha intenzione di rinunciare alla buonuscita – ci pare il minimo ma certo non era scontato, in Italia – e sembra avere già pronto un nuovo incarico da settembre, forse in Gran Bretagna. Tornerebbe, insomma, sugli scenari internazionali dopo la scottatura per la bocciatura del piano news e soprattutto per essere stato scaricato da Matteo Renzi – che in quanto a scaricamenti, da Ignazio Marino ad Angelino Alfano, è ormai un esperto – che tanto l’aveva voluto per trasformare l’azienda di Stato in qualcosa di simile a un servizio pubblico moderno e digitalizzato. Ma la Bbc, di cui molti si riempiono la bocca, è lontanissima. E le piattaforme in streaming, nonostante Rai Play, continuano a cambiare faccia all’intrattenimento contemporaneo.

A prendere il suo posto potrebbe essere l’ad di Rai Cinema Paolo Del Brocco o un volto già noto, l’ex dg Claudio Cappon, ipotesi più complessa. La stampa mette fra i papabili anche Nino Rizzo Nervo, attuale vicesegretario generale alla presidenza del Consiglio ed ex consigliere della tv pubblica. Sul tavolo anche l’ipotesi di un interim della Maggioni con Marco Fortis, consigliere del Tesoro, a fare da presidente di garanzia; Valerio Fiorespino, già alle risorse umane; Giovanni Minoli e Luciano Flussi, ora a Rai Pubblicità.

Un fatto è certo: l’operazione Campo Dall’Orto, pur con ottimi risultati in termini di ascolti, è fallita. Anzi, naufragata. Ed è naufragata perché i manager delle aziende di Stato, pur con perimetri più ampi in cui decidere, non hanno margine di manovra oltre le loro piattaforme politiche. Quando non servono più ai loro tutori politici vanno cestinati. E quello è il punto centrale, alla Rai come in decine di altre piazze: la catena di designazione delle caselle più importanti.

Se poi si considera che uno dei nodi più recenti è quello sui compensi agli artisti, che dovrebbero poter superare i 240mila euro decisi dalla legge sull’editoria dello scorso anno e agganciati all’indotto pubblicitario che portano, si capisce la distanza del dibattito interno dalla società. Si discute cioè di Carlo Conti, Fabio Fazio, Alberto Angela, Massimo Giletti e perfino Bruno Vespa, che pochi giorni fa si è mosso per difendere il proprio contratto, nomi senza dubbio centrali per gli equilibri di radio e tv, che fanno audience e tengono in piedi la baracca. Ma si continua a non discutere dell’azienda, dei suoi assetti di fondo, di una riforma decente dell’informazione, del nodo del bilancio destinato quest’anno a fare i conti con un canone ridotto, delle esternalizzazioni delle produzioni e dei servizi, di una digitalizzazione a 360 gradi e così via.

Così l’informazione sulla Rai (non della Rai) si riduce a un continuo e stucchevole “indovina chi?”, un gioco di facce e nomi che non lasciano alcuna eredità tangibile nel funzionamento di viale Mazzini, intendo nella sua impostazione di fondo. Checché ne dica, la politica non può permettersi di perdere il controllo della tv pubblica: la defenestrazione di Campo Dall’Orto ne è l’ennesima testimonianza.

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