Bullismo, ci tocca ancora combatterlo con gli appelli disperati

Carolina Picchio

Il Parlamento, quando vuole, mette il turbo. In tutte le altre occasioni, dimentica il Paese che lo ha eletto e di cui è specchio e rappresentazione. Siamo la Repubblica degli appelli, come l’ultimo, quello spedito da Paolo Picchio alla presidente della Camera Laura Boldrini.
È il padre di Carolina, la 14enne che nel gennaio 2013 si è buttata da una finestra di casa dopo che un video in cui veniva molestata a una festa priva di coscienza è stato, come al solito, rilanciato sui social trasformando la giovane in carne da macello, da sberleffo, da insulto, da cinismo. Lei, vittima di un trattamento criminale a opera di suoi coetanei, trasfigurata in fantoccio su cui inferire. “Le parole fanno peggio delle botte” aveva scritto in una sua lettera.

Il padre scrive a Boldrini perché il disegno di legge sul cyberbullismo (anzi, chiamiamolo bullismo a tutto tondo, anche se chi scrive rimane convinto che certi cortocircuiti nascano e crescano solo sui social network) langue a Montecitorio. Proposto già nel 2013 dalla senatrice Elena Ferrara, amica dell’uomo ed ex insegnante di musica di Carolina, sta subendo il solito, nauseante giro di giostra fra i due rami del Parlamento dopo che, lo scorso autunno, una funesta serie di emendamenti ne aveva sfigurato l’impianto (da educativo a punitivo) e gli obiettivi.

Lo fa per chiedere un impegno forte: “Perché Montecitorio non vuole che passi questa legge? – si chiede l’uomo – avrà forse ragione chi dice che ‘tanto i minori non votano?’. Noi adulti stiamo dimenticando il nostro futuro, cioè i nostri figli”. Lo fa sull’onda di un’altra storia simile, per fortuna conclusasi meglio: quella della baby gang di Vigevano. Che poi, anche questo prefisso “baby” andrebbe eliminato una volta per tutte, proprio per iniziare a tagliare ogni vaga forma di giustificazione. Una gang composta da alcuni ragazzini fra i 13 e i 16 anni ha brutalizzato sessualmente e ripetutamente umiliato un coetaneo.

Si è sempre incerti se elencare o meno le violenze subite: da una parte si fa il gioco della narrazione vigliacca del bullismo. Dall’altro, in una società assuefatta a cinismo e violenza, sembra l’unica arma per destare un po’ quell’attenzione che – come scrive bene Picchio nella sua lettera – sembra svanire nel tempo di un titolo giornalistico. Gli ultimi sviluppi raccontano fra l’altro che il gruppo sarebbe più ampio: otto indagati si sono aggiunti nei giorni scorsi ai quattro già in carcere. Così come sarebbe più ampio l’elenco delle vittime.

Un elemento che non manca mai, in queste storie tutte uguali eppure tutte così diverse, sono i social network e le chat. Per questo parlare di bullismo nel complesso è giusto e corretto ma non è logico né sensato dimenticarsi la componente che ha reinventato il pubblico ludibrio: quella di Facebook, WhatsApp e compagnia. Un meccanismo se possibile perfino idiota, visto che rende identificabili gli autori, ma al quale evidentemente non si riesce a resistere: non tanto per l’umiliazione inferta quanto per la rivendicazione della propria, distorta e devastata identità.

“Concorso in violenza sessuale”, “riduzione in schiavitù”, “pornografia minorile”, “violenza privata aggravata mediante lo stato di incapacità procurato alla vittima”: sono reati gravissimi. Reati contro la persona. Il fatto è che paiono compiuti, in una progressione senza fiato e senza senso, col solo obiettivo di manifestare se stessi attraverso l’umiliazione altrui. L’atto interessa nella misura in cui è (condi)visibile, virale, diffusa, nota a chi deve saperne. Anche al rischio, pressoché assicurato, che alla fine i fatti escano del tutto.

Eppure, questo l’ultimo e costante elemento, nonostante questa visibilità enorme, impensabile anni fa, gli adulti arrivano sempre tardi e dopo. Rimangono sempre stupiti e sconvolti: nessuno aveva capito, nessuno aveva visto, nessuno aveva intuito. Eppure era tutto lì, a un paio di clic dai loro affari.

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