Brexit, che cosa negozia il Regno Unito per uscire dall’Unione europea

(Foto: publicdomainpictures.com)

Prende corpo la Brexit a un anno esatto dal voto con cui i britannici hanno deciso di lasciare l’Ue. Il 19 giugni iniziano quei negoziati che ridefiniranno il rapporto tra Regno Unito e Unione europea, un percorso delicato, complesso e ricco di ostacoli, a partire dall’aut aut imposto dalla premier Theresa May che vuole un addio duro mentre, a Bruxelles come a Londra, dove May non gode più della maggioranza del parlamento, c’è chi spinge per un divorzio consensuale, più lento ma anche più ragionato, nell’interesse di tutti.

Pancia contro raziocinio, da una parte il ministro David Davis a portare le richieste britanniche e, dall’altra, il negoziatore Ue Michel Barnier che dovrà accoglierle per poi passarle alle commissioni di tecnici a cui spetterà il compito di dipanare la matassa.

Le richieste di Londra saranno le stesse che Theresa May aveva firmato di proprio pugno a fine marzo, quando ha scritto a Bruxelles di volere ricorrere all’articolo 50 del Trattato di Lisbona, quello che in linea teorica almeno, avrebbe autorizzato il governo ad avviare in modo autonomo l’uscita dall’Unione dei 28. Una lettera dura, senza mezze misure, con cui la premier ha annunciato di volere che il Regno uscisse dall’Europa unita così come dal mercato unico e da Schengen, il trattato sulla libera circolazione di merci e persone. Theresa May vorrebbe tenere vivi i rapporti con Bruxelles solo per quanto riguarda le questioni di sicurezza, soprattutto quelle legate all’antiterrorismo, tema attualissimo e molto sentito in tutto il Regno.

Cosa succederà è difficile dirlo e, anche aspettando le 18:30 di oggi, quando si terrà la prima conferenza stampa da Bruxelles, non si avranno indicazioni precise. Perché è la prima volta che uno stato membro lascia l’Ue e la procedura necessaria non è mai stata messa in pratica e perché, da oggi alla primavera del 2019, quando la separazione sarà effettiva, potrà succedere ancora di tutto. Ne è testimone indiretto Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze tedesco che la settimana scorsa ha invitato Londra a ripensarci, spianando la strada – per il momento senza repliche – a un clamoroso dietrofront. Anche Emmanuel Macron è sulla stessa linea, sostenendo che fino a quando i negoziati non saranno conclusi, la porta per l’Europa resterà sempre aperta.

Giovedì 22 e venerdì 23 giugno si avranno i primi verdetti, i meno vincolanti in assoluto, che riguardano le nuove ubicazioni delle sedi dell’Autorità bancaria europea e dell’Agenzia europea dei medicinali, entrambe stazionate a Londra e che, in futuro, dovranno accasarsi altrove.

Sul piatto tre grandi temi: i diritti dei cittadini europei che vivono nel Regno Unito, la questione irlandese e i rapporti economico-finanziari tra la Gran Bretagna e Bruxelles. Argomenti imponenti che non potranno essere archiviati in tempi rapidi,

Lo strappo netto e rapido con Bruxelles è la possibilità meno accreditata in patria. Il ministro delle Finanze britannico Philip Hammond vuole l’esatto contrario e parla di nuovi accordi con l’Ue che garantiscano l’Unione doganale per ammortizzare l’effetto della Brexit sulle aziende del Regno. Il laburista Jeremy Corbyn sottolinea invece che dopo il voto dell’8 giugno Theresa May non ha i numeri per siglare un accordo che tenga conto delle necessità del popolo. Di fatto sembra che la premier stia trattando un divorzio da separata in casa, con probabili e ancora non misurabili ricadute sul risultato finale.

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