Birra, banche, aerei e computer, chi paga il conto della Brexit

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L’ultima società a suonare la campanella d’allarme per la Brexit è stata Ryanair. La campionessa dei voli low cost, la prima compagnia aerea in Europa, ha avvertito il governo del Regno Unito sulle conseguenze dell’uscita dalla Ue. “Mettete l’aviazione in cima alle negoziazioni con l’Unione europea e fornite un piano coerente post Brexit, altrimenti si rischia di lasciare la Gran Bretagna senza voli da e per l’Europa da marzo 2019”, avverte Ryanair.

Oggi alle 13.20 il primo ministro inglese, Theresa May, ha fatto pervenire al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, la lettera con cui notifica l’articolo 50 del Trattato di Lisbona. La Brexit. Il divorzio dall’Unione europea. La rottura rimette in discussione accordi commerciali, incentivi all’agricoltura, regole sui prodotti e sulla tutela dei consumatori. Quarantaquattro anni di mercato unico in fumo.

Prendiamo il caso delle compagnie aeree. Se la Gran Bretagna lascia l’Unione europea, lascia anche il sistema unico dei cieli europei. Quindi Londra dovrà negoziare nuovamente con Bruxelles le condizioni per volare nel Vecchio continente. Dovrebbe farlo ora per l’estate del 2019, visto che entro marzo del prossimo anno dovrebbe concludersi la Brexit. Ma non l’ha fatto e quindi le compagnie aeree inglesi non sanno a che condizioni pianificare le vendite della prossima stagione. “Ryanair, come tutte le compagnie, pianifica i suoi voli con 12 mesi di anticipo”, scrive la società. Sicché a Dublino hanno già deciso di non aggiungere aerei nei 19 aeroporti inglesi per quest’anno e ridotto dal 15% al 6% le previsioni di crescita.

I Lloyd’s di Londra hanno pronte le valigie. La gigantesca compagnia assicurativa ha annunciato che trasferirà dalla capitale inglese all’Europa parte dei suoi uffici. Bruxelles e Lussemburgo sono in pole position. E tutte i colossi che hanno casa nella City stanno pianificando un trasloco. Gli americani di Goldman Sachs guardano a Francoforte per spostare 3.000 dipendenti oggi di base a Londra. Hsbc pensa alla Francia, Barclays valuta Dublino, Aig la stessa Lussemburgo. L’ufficio studi del London Stock Exchange ha calcolato che fino a 232mila posti di lavoro nella galassia della finanza potrebbero andare in fumo. Non ultimo, oggi l’Antitrust europeo ha bocciato la fusione tra le Borse di Londra e Francoforte, perché comporterebbe la creazione di “un monopolio di fatto”. Un anello in meno tra Londra e Bruxelles.

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Nel frattempo la sterlina sta perdendo valore. Il 10% rispetto all’euro. Di conseguenza i consumatori inglesi stanno pagando di più prodotti comuni. La danese Lego ha ritoccato del 5% i prezzi delle sue costruzioni. Anche Heineken ha ritoccato al rialzo i prezzi della birra e la più grande catena di supermercati inglesi, Tesco, ha rifiutato di accettare gli aumenti. Risultato: anche la birra italiana Moretti rischia di rimanere fuori dai più diffusi supermarket di sua Maestà.

Il conto della Brexit, però, non è salato solo per gli inglesi. Anche gli europei pagheranno lo scotto del divorzio. Sace, la compagnia a partecipazione pubblica che offre assicurazioni per chi esporta, stima che quest’anno il solo export italiano verso la Gran Bretagna quest’anno calerà dal 3% al 7%, fino a 1,7 miliardi di euro in meno.

A fine febbraio Coldiretti ha denunciato il calo delle vendite di olio di oliva made in Italy. Nella prima metà del 2016 erano cresciute del 6% rispetto al 2015, ma dopo il Leaving sono crollate del 13%. “In gioco per l’agroalimentare made in Italy – sottolinea il sindacato – ci sono 3,2 miliardi di valore delle esportazioni raggiunto del 2016 tra bevande e alimenti”. Benché gli inglesi siano deficitari di molti cibi che consumano abitualmente, non è scontato che se ne avvantaggino le esportazioni dall’Europa. Saltati i trattati commerciali comunitari, Londra potrebbe stabilire accordi diretti con Australia e Nuova Zelanda, ad esempio per le forniture di latte, con dazi più concorrenziali rispetto ai prezzi degli ex cugini europei.

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Anche il progetto per il supercomputer europeo, annunciato settimana scorsa a Roma, rischia di farne le spese. Il piano per l’high performance computing (Hpc) comunitario, come ha spiegato Roberto Siagri, fondatore di Eurotech ed esperto del settore, si basava su tre assi. “Le infrastrutture di connettività, fornite da Italia e Germania, i software sviluppati da Spagna e Francia e i processori, offerti dal Regno Unito“, ha ricordato a Roma il manager. Con la Gran Bretagna fuori dalla Ue, al supercalcolo mancherà un tassello fondamentale. Lo avrebbe dovuto fornire Arm Holdings, società inglese controllata dal Giappone, ma ora saltano i programmi digitali. Così nella corsa per recuperare Stati Uniti e Cina nello sviluppo del supercalcolo (utile per applicazioni che vanno dalla diagnostica alla gestione del traffico cittadino, fino a usi militari e aerospaziali), Bruxelles parte ancora più svantaggiata.

Il terremoto, insomma, pare costerà caro a entrambe le sponde della Manica. Il Regno Unito, nella sua splendid isolation, avrà mano libera per giocare le sue partite commerciali, ma non è detto che ci riesca. L’accordo con l’India, ad esempio, è frenato dalla ritrosia della May ad allargare le maglie per l’immigrazione dall’ex colonia e giornali indiani riferiscono che l’Europa si starebbe avvantaggiando di queste esitazioni per concludere in anticipo negoziati commerciali con Nuova Delhi.

Chi non teme ripercussioni sono i vertici di Eurotunnel, la compagnia anglofrancese che gestisce la galleria sotto la Manica. Non solo non prevedono crolli di traffico, ma hanno chiuso il 2016 con un miliardo di euro di fatturato, con risultati persino migliori delle aspettative.

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