Aspettando il re e il difficile rapporto dell’America con l’estero al cinema

È impossibile capire il rapporto della società americana con il resto del mondo, con tutto quello che non fa parte della federazione di Stati Uniti, se non si guarda a come rappresentano questo rapporto nei loro film.
Al cinema il rapporto dell’uomo americano con l’estero nasconde sempre qualcosa, una strana forma di ambivalenza che si muove tra una buona curiosità e una timorosa distanza, un vago senso di orgoglio per le proprie usanze e una tendenza naturale ad assecondare quelle locali, un’apparente voglia di mescolarsi ai locali e cedere a qualsiasi differenza superficiale (l’uso di un vestito o di una postura) ma anche il costante tentativo di imporre il proprio modo di ragionare. Nei decenni questo ha portato a un cinema esotico, ambientato in Europa, in Asia o in Sud America finalizzato al contrasto, l’America che va a trovare paesi diversi, sempre un po’ meno funzionali, meno efficienti, meno americani. In tempi recenti invece ha preso la piega della paura e del rischio, del contrasto aperto (almeno da Hostel in poi), pur covando una immutata fascinazione per la meditazione.

Se per il resto del mondo girare un film “americano” è pura contemplazione, per il cinema americano filmare altrove è meditazione, confronto, espiazione personale. Anche quando si tratta di pure avventure (si pensi all’americano Harrison Ford guidato dal polacco Roman Polanski a Parigi in Frantic) diventano profonde analisi personali.
Se a questo mosaico si aggiunge l’ultima tessera, cioè un film del tedesco Tom Tykwer con l’uomo medio americano per antonomasia del cinema moderno (Tom Hanks), che racconta di un buon capitalista che esercita la professione più americana pensabile (il venditore) nel luogo più remoto e condizionato dai dettami religiosi (l’Arabia Saudita), in anni di grandissima tensione con tutto il mondo arabo, si ha il quadro di come mai Aspettando il re non possa essere un film normale.

Alan, il protagonista, deve incontrare il re per vendergli una tecnologia per la comunicazione tramite ologrammi, deve presentargliela ma a quanto pare il re non c’è e non si riesce a capire quando arriverà, quando gli concederà udienza. Nel frattempo il suo team che deve preparare la tecnologia è fermo in una tenda senza WiFi. Bloccato, costretto ad attendere senza sapere quanto (c’è chi non vede il re da 18 mesi) e frustrato dallo sbattere contro il muro della burocrazia e delle regole che esistono in quel luogo, Alan inizia a rivedere la propria vita, il rapporto con una figlia lontana, una moglie che lo odia e via dicendo.

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Aspettando il re è un film che prende la frase “La vita è quel che ti accade mentre sei impegnato a fare altro” e la rende viva, non dando più niente da fare al suo protagonista e lasciandolo, sembrerebbe per la prima volta, solo con i suoi problemi.
Nelle pieghe di questo però emerge lentamente quel rapporto di orgogliosa superiorità che il cinema americano tenta a fatica di reprimere quando incontra altre culture. Nonostante il cuore della trama sia il rapporto del protagonista con un amico trovato in loco, con una malattia e una dottoressa locale ma anche una danese, pure lei in trasferta, di scena in scena si fa fatica a non notare come l’apparente rispetto di una cultura diversa malceli un senso di superiorità.

In Arabia Saudita le donne che lavorano, specie se in assenza di uomini non sono ben viste, così la dottoressa velata che il protagonista incontra sembrerà essere compresa e difesa solo da lui. In Arabia Saudita ci sono delle rigide strutture sociali e gerarchie, eppure le difficoltà nell’ottenere qualcosa di semplice come il WiFi sarà vinta unicamente dalla determinazione del protagonista contro ogni resistenza non spiegata (e quindi irragionevole agli occhi dello spettatore) dei locali. Quanto peggio ad un certo punto da che sembrano essere ignorati da tutto l’apparato, dalla sera alla mattina vengono trattati da re con un senso di esagerato privilegio che li soddisfa e rende felici ma che non è proprio un vanto per il paese in questione.

In questo posto nulla funziona, ma noi che siamo americani riusciremo a costringerli a fare quello che si sarebbe fatto nel nostro paese, riusciremo anche se per poco, a farli ragionare bene, cioè come noi. È un po’ questo che Aspettando il re dice tra le pieghe della ricerca spirituale del suo protagonista. E se sarebbe un atteggiamento fastidioso nei confronti di qualsiasi paese o cultura, lo è ancora di più nei confronti del mondo arabo con cui gli Stati Uniti hanno non pochi attriti e una relazione che, al momento, definire complessa è poco.
Per chiudere adeguatamente il film poi (SPOILER) alla fine dopo la tanto attesa presentazione la tecnologia non sarà acquistata dal re, perché all’americano Hanks sarà preferita una società cinese che realizza un prodotto migliore con spesa minore.

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